Forse… la forza… ma non so se basta

Prima vera giornata di sole.
Daniele rumoreggia pulendo il frutteto dalla selva che l’acqua ha allevato. Gli altri stanno togliendo dall’albicocco il seccume della monilia che la pioggia ha veicolato in fioritura. Povero albicocco. E poveri noi che non si porta mai a casa un raccolto come si deve…
Gabriel, profumato al pinolene dell’heliosoufre, da pensieroso che era adesso canta Guccini e immagina la strada.
Gianluca… dai cazzo con quella zappa, ste povere piante adesso hanno una crosta intorno che le affoga…
Raniero mi chiede della mia prima vera storia d’amore e zappa paziente al mio ritmo… consolo l’umore mattutino di piccole gioie e silenzio per un po’ le mie angoscie…
Sociale anche per me questa agricoltura.

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Ciao mamma, ho un lavoro. E' gratis ma fa curriculum!

Reblogged from Al di là del Buco:

Leggo di questa cosa e come a tante altre persone mi vengono in mente parole scurrili, battute acide e sarcastiche. Veleno, perché di questo veleno è fatta la vita di noi precari/e.

Dopodiché sai che me ne faccio degli incentivi per le assunzioni di persone di sesso femminile? Niente. Non me ne faccio niente. Perché c'è gente che neppure cerca più un lavoro…

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Elsevier editorial system hacked, reviews faked, 11 retractions follow

Reblogged from Retraction Watch:

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For several months now, we've been reporting on variations on a theme: Authors submitting fake email addresses for potential peer reviewers, to ensure positive reviews. In August, for example, we broke the story of a Hyung-In Moon, who has now retracted 24 papers published by Informa because he managed to do his own peer review.

Now, Retraction Watch has learned that the Elsevier Editorial System (EES) was hacked sometime last month, leading to faked peer reviews and retractions -- although the submitting authors don't seem to have been at fault.

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Amazing... the publication desperation!

#occupypoliambulatorio

Arrivo, poco male una decina di numeri avanti a me, allo sportello subito si alzano i toni. Una signora di fuori regione lamenta l’assenza di informazioni: ha portato i documenti richiesti da uno sportellista per una pratica e adesso si sente dire che ne mancano degli altri, da chiederee alla propria padrona di casa. Si inalbera perché dovrà andare e tornare di nuovo, e lo fa per la figlia che studia qua. Le cambia il domicilio per assicurarsi che a sua figlia sia garantita l’assistenza medica statale. Ma i documenti non bastano e non può che scaldarsi e gridare all’incompetenza tornandosene sui suoi passi. Capisco la frustrazione, andare per uffici pubblici sembra di giocare a Super Mario o ci si sente Prince of Persia.
Nel frattempo una vispa vecchietta dal felpato passo appoggiato su due stampelle si intrufola allo sportello di un giovanotto che attende da tanto e chiede, retorica a sua insaputa, “a che ooraa aprite pomeriggio?”, stressando sulla parola ora come se fosse la giustiziera dell’orario della pubblica amministrazione. La sportellista le risponde gentilmente ma tenta di chiudere rapida e la vecchina, non paga dell’attenzione ghermita, incalza con altre domande. Alla fine le consigliano di aspettare, e aspetta anche dietro di me che ci metto una vita perché il programma che ci vuole per il mio tesserino è su un altro terminale che va acceso.
Perfidia da ufficio pubblico…

Collateral Damage ~ Bill the Butcher

Reblogged from Piazza della Carina:

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There’s a child’s doll on the stones
By the ashes of the fire
Broken, limbs dangling. Where is the child,
You ask, and look away, Wondering, perhaps
Then turn back, looking once again.

It is not a doll.

And the father on his hands and knees, scrabbling in the dirt
Isn’t an extra in a movie, paid to grovel and cry.

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there must be something I don’t get

… just like I have to do something better if anyone does not give a f***k about me, it’s better I do not give a f***k about anyone else and do my job.

to be continued…

…I cannot stand some kind of situation anymore…

La sindrome di Münchhausen, la perdita del tubo e altre amenità

C’è un amico lontano che ad ogni suo post mi legge nel pensiero. Ma come fa? Ci riesce perché prima di me ha vissuto le mie stesse disavventure, ma ha indubbiamente più determinazione e motivazione di me.

Vorrei rassicurarlo e dire che non mi scoraggio, non perdo la speranza, non mi abbandono alla sensazione dolorosa che induce in me la rassegnazione ad un destino ineluttabile.  Ma non sopporto più la sensazione di percepire la “deriva del mio corpo”, ancora una volta come succede in questo periodo. Sto perdendo anche le redini perché, nonostante abbia acquisito un altro stile di vita, non trovo i risultati sperati, se ne va tutto alle ortiche un’altra volta ancora. E mi vien da gettare la spugna. Lo ammetto, non riesco ad essere precisa e questo mi avvita in un discorso autodistruttivo nel quale sono paralizzata e non posso che trovare parole di sgradevole lamentela. Al contempo, non so conciliare lo sforzo intimo necessario per essere più possibile decisa con me stessa e sul lavoro. Il lavoro, la ricerca di un po’ di soddisfazioni dalla propria attività celebrale ha sempre rivestito un ruolo fondamentale nella mia vita, tanto spesso da farmi pensare al corpo come ad un accessorio inevitabimente ingombrante e spesso con delle esigenze davvero futili e risibili. Negli anni sono riuscita a capire che una cura del proprio corpo sia necessaria al lavoro e alla sanità di mente, ivi compresa la cura dell’alimentazione: ho sempre pensato che siamo ciò che mangiamo. Allo stesso tempo, c’è una vita che richiede tempo, sforzi, che richiede concentrazione e mette in discussione l’autostima, l’esperienza, il valore di sé … e il tubo inevitabilmente perde. La richiesta continua di prestazione, l’incertezza della propria resistenza fisica, l’attenzione a mantenere alta la guardia e vigile la concentrazione fanno produrre cortisolo, ormone dell’autodistruzione che grippa tutti i meccanismi mentali che aiutiamo con gli omega tre, la dieta a basso indice glicemico, e tutto il resto dei comportamenti che cerchiamo di tenere per tamponare gli eccessi. Semplicemente, i miei comportamenti virtuosi non sono abbastanza per tamponare i miei comportamenti non virtuosi, sia dal punto di vista mentale, sia fisico. Non posso fare propositi, ma devo, la zona erronea da curare è la convinzione di essere insostituibile e dover essere sempre presente. Putroppo sembra che sia così spesso: la vita del rivoluzionario (da salotto, come mi hanno detto a volte) è dura perché ha più fronti e non solo, implica un radicale cambiamento delle proprie convinzioni, la produzione di esempi a proprio rischio e pericolo, l’assenza di un qualsivoglia cedimento, la condizione di solitudine a volte. Per fortuna la solitudine non è sempre assoluta, ci sono, in giro nel mio mondo, pazzi come me che sposano la mia stessa causa, ma nessuno di noi può mollare. E siamo sempre sulla corda. Sbaglio nell’autoconvincermi che il mondo abbia bisogno delle mie prestazioni senza che sia lecito trarne una soddisfazione, lo so, pare un autoelogio e addirittura un’autocommiserazione, invece no. E’ solo flusso di coscienza. Un giorno passerà, ma serve per capire da dove vengono certi meccanismi mentali che inceppandosi, inceppano la volontà e poi il corpo.

E il corpo, semplicemente, si ammala: non solo perché il tubo, il secondo cervello (l’intestino), si permeabilizza agli antinutrienti che continuamente ingeriamo, convinti inoltre che ci facciano del bene alla salute, in virtù proprio delle loro proprietà antinutrizionali; ma anche perché per la mente la condizione di malattia del corpo è uno stato di rilassamento potentissimo (da una parte, dall’altra è una tensione dell’ego razionale)  per l’ego irrazionale. Se ti ammali, nessuno può dirti che è colpa tua: una malattia organica è una disgrazia, per cui tutti ti lasciano in pace a curarti. Pare poco.

Nell’ultimo post del mio amico Leonardo, si parla della sindrome di Münchhausen: ancora una volta, mi pareva di rileggermi! Non tanto perché sia un’amante dell’autocommiserazione, ma perché la mia base culturale mi ha fatto accettare la malattia come una catarsi. E poi, al solito nel mio peregrinare ospedaliero, ho scoperto che questo tipo girare per analisi, controlli, scartoffie ospedaliere mi fa sentire “protetta”. Lo dico tranquillamente fuori dai denti, no responsibilities, no pain, no feeling of guiltyness, nessun tipo di pressione esterna. Semplicemente: come è andata? E se tutto va bene, mi posso prendere il merito dei miei miglioramenti, mentre se le cose non vanno meglio, posso sempre scaricarla sul fato avverso o sulla mia condizione organica che ha bisogno di più cure. Lede alla dignità? Probabile, allo stesso modo conferisce la possibilità di affermarla tenendo la testa alta come chi lotta contro un mulino a vento senza dare a vedere di riconoscere il proprio nemico immaginario. Dove voglio arrivare? Da nessuna parte, solo dicendo che spesso non è facile prendere in mano le redini della propria vita e delle proprie responsabilità e chi ha una malattia cronica ha a portata di mano una via di uscita rapida e indolore per la coscienza. Allo stesso modo, spesso un peggioramento delle proprie condizioni non è voluto, arriva perché si fanno delle scelte di vita sbagliate (e vai a sapere quali) e perché non è sempre possibile scegliere quali siano le proprie responsabilità e i propri doveri, ma bisogna fronteggiarli anche senza essere pronti.

Vero la mente deve essere sveglia e il corpo pronto… sto ancora cercando di capire come accondiscendere a entrambe le esigenze nello stesso momento.
Non abbandono, non sono incostante, non frigno, non cerco giustificazioni e non mi autocommisero. Ma non appioppatemi colpe dall’esterno.

Buon mare

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Sciuscia` e sciurbi` nu se po’ – Non se pole canta` e porta` Cristo

Vero…oggi preferirei una botta in testa dopo questa settimana da incubo. Ma bisogna sempre impegnarsi il doppio per vedere il proprio valore professionale riconosciuto la meta`. Lavorare ancora ed ancora per la schiavitu` di chi pensa che un compenso sia un obolo. Perche` l’agronomo e` un mestiere strano … chi pensa che sia poco piu` di un agricoltore, chi pensa che sia un emerito rompipalle che controlla tutto quello che fa l’agricoltore, chi lo declassa a scribacchino parassita, e chi nel migliore della ipotesi e` considerato un buffo soggetto che si aggira per i campi a dispensare consigli per tamponare emergenze ed evitare che altrre ne sorgano e poi …che fara` in ufficio?

E pensare che questo e`il mio ultimo caso. Non e` bastata la sanzione AGEA, ne` la Monilia che ha predato l’albicocco durante la mia assenza per cambiare l’opinione in merito alla mia professione. Adesso anche la professionalita` e` messa in dubbio. Oggi c’e` la raccolta fragole: per protesta mi porto la direttiva nitrati mentre i ragazzi raccolgono!

Vado. Perche` le fragole mature, sane e biologiche certificate potrebbero non aver bisogno di un agronomo.

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