La sindrome di Münchhausen, la perdita del tubo e altre amenità

C’è un amico lontano che ad ogni suo post mi legge nel pensiero. Ma come fa? Ci riesce perché prima di me ha vissuto le mie stesse disavventure, ma ha indubbiamente più determinazione e motivazione di me.

Vorrei rassicurarlo e dire che non mi scoraggio, non perdo la speranza, non mi abbandono alla sensazione dolorosa che induce in me la rassegnazione ad un destino ineluttabile.  Ma non sopporto più la sensazione di percepire la “deriva del mio corpo”, ancora una volta come succede in questo periodo. Sto perdendo anche le redini perché, nonostante abbia acquisito un altro stile di vita, non trovo i risultati sperati, se ne va tutto alle ortiche un’altra volta ancora. E mi vien da gettare la spugna. Lo ammetto, non riesco ad essere precisa e questo mi avvita in un discorso autodistruttivo nel quale sono paralizzata e non posso che trovare parole di sgradevole lamentela. Al contempo, non so conciliare lo sforzo intimo necessario per essere più possibile decisa con me stessa e sul lavoro. Il lavoro, la ricerca di un po’ di soddisfazioni dalla propria attività celebrale ha sempre rivestito un ruolo fondamentale nella mia vita, tanto spesso da farmi pensare al corpo come ad un accessorio inevitabimente ingombrante e spesso con delle esigenze davvero futili e risibili. Negli anni sono riuscita a capire che una cura del proprio corpo sia necessaria al lavoro e alla sanità di mente, ivi compresa la cura dell’alimentazione: ho sempre pensato che siamo ciò che mangiamo. Allo stesso tempo, c’è una vita che richiede tempo, sforzi, che richiede concentrazione e mette in discussione l’autostima, l’esperienza, il valore di sé … e il tubo inevitabilmente perde. La richiesta continua di prestazione, l’incertezza della propria resistenza fisica, l’attenzione a mantenere alta la guardia e vigile la concentrazione fanno produrre cortisolo, ormone dell’autodistruzione che grippa tutti i meccanismi mentali che aiutiamo con gli omega tre, la dieta a basso indice glicemico, e tutto il resto dei comportamenti che cerchiamo di tenere per tamponare gli eccessi. Semplicemente, i miei comportamenti virtuosi non sono abbastanza per tamponare i miei comportamenti non virtuosi, sia dal punto di vista mentale, sia fisico. Non posso fare propositi, ma devo, la zona erronea da curare è la convinzione di essere insostituibile e dover essere sempre presente. Putroppo sembra che sia così spesso: la vita del rivoluzionario (da salotto, come mi hanno detto a volte) è dura perché ha più fronti e non solo, implica un radicale cambiamento delle proprie convinzioni, la produzione di esempi a proprio rischio e pericolo, l’assenza di un qualsivoglia cedimento, la condizione di solitudine a volte. Per fortuna la solitudine non è sempre assoluta, ci sono, in giro nel mio mondo, pazzi come me che sposano la mia stessa causa, ma nessuno di noi può mollare. E siamo sempre sulla corda. Sbaglio nell’autoconvincermi che il mondo abbia bisogno delle mie prestazioni senza che sia lecito trarne una soddisfazione, lo so, pare un autoelogio e addirittura un’autocommiserazione, invece no. E’ solo flusso di coscienza. Un giorno passerà, ma serve per capire da dove vengono certi meccanismi mentali che inceppandosi, inceppano la volontà e poi il corpo.

E il corpo, semplicemente, si ammala: non solo perché il tubo, il secondo cervello (l’intestino), si permeabilizza agli antinutrienti che continuamente ingeriamo, convinti inoltre che ci facciano del bene alla salute, in virtù proprio delle loro proprietà antinutrizionali; ma anche perché per la mente la condizione di malattia del corpo è uno stato di rilassamento potentissimo (da una parte, dall’altra è una tensione dell’ego razionale)  per l’ego irrazionale. Se ti ammali, nessuno può dirti che è colpa tua: una malattia organica è una disgrazia, per cui tutti ti lasciano in pace a curarti. Pare poco.

Nell’ultimo post del mio amico Leonardo, si parla della sindrome di Münchhausen: ancora una volta, mi pareva di rileggermi! Non tanto perché sia un’amante dell’autocommiserazione, ma perché la mia base culturale mi ha fatto accettare la malattia come una catarsi. E poi, al solito nel mio peregrinare ospedaliero, ho scoperto che questo tipo girare per analisi, controlli, scartoffie ospedaliere mi fa sentire “protetta”. Lo dico tranquillamente fuori dai denti, no responsibilities, no pain, no feeling of guiltyness, nessun tipo di pressione esterna. Semplicemente: come è andata? E se tutto va bene, mi posso prendere il merito dei miei miglioramenti, mentre se le cose non vanno meglio, posso sempre scaricarla sul fato avverso o sulla mia condizione organica che ha bisogno di più cure. Lede alla dignità? Probabile, allo stesso modo conferisce la possibilità di affermarla tenendo la testa alta come chi lotta contro un mulino a vento senza dare a vedere di riconoscere il proprio nemico immaginario. Dove voglio arrivare? Da nessuna parte, solo dicendo che spesso non è facile prendere in mano le redini della propria vita e delle proprie responsabilità e chi ha una malattia cronica ha a portata di mano una via di uscita rapida e indolore per la coscienza. Allo stesso modo, spesso un peggioramento delle proprie condizioni non è voluto, arriva perché si fanno delle scelte di vita sbagliate (e vai a sapere quali) e perché non è sempre possibile scegliere quali siano le proprie responsabilità e i propri doveri, ma bisogna fronteggiarli anche senza essere pronti.

Vero la mente deve essere sveglia e il corpo pronto… sto ancora cercando di capire come accondiscendere a entrambe le esigenze nello stesso momento.
Non abbandono, non sono incostante, non frigno, non cerco giustificazioni e non mi autocommisero. Ma non appioppatemi colpe dall’esterno.

Buon mare

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One thought on “La sindrome di Münchhausen, la perdita del tubo e altre amenità

  1. agersocialslow says:

    Buon mare anche a te, e magari l’acqua e le sue sensazioni ti conducano ad apprezzare i pochi o tanti bei momenti di unità. Saluti

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